Il borgo di Pescocostanzo e la magia del bosco Sant’Antonio.

Il borgo di Pescocostanzo e la magia del bosco Sant’Antonio.

3 Agosto 2019 Off di Dario

Dopo l’atmosfera tranquilla di Roccaraso e Rivisondoli, lo scenario cambia lievemente in quel di Pescocostanzo, perla dell’Abruzzo a quasi 1400 metri di altitudine.

Pescocostanzo: scorcio dalla basilica di S. Maria del Colle su Piazza Municipio in fondo alla strada.

Il piccolo comune, facente parte del club “I borghi più belli d’Italia”, chiama un turismo più variegato grazie alla ricca storia dei suoi monumenti in stile rinascimentale e barocco. E’ impossibile non rimanere sedotti dal susseguirsi intricato di viottoli acciottolati e piastrellati dove sono ubicati molti palazzi e chiese dal X secolo in su.

Un vicolo caratteristico.

Le famiglie dell’epoca godevano di notevole prestigio nonostante i “tafferugli” con i feudatari e le istituzioni religiose. L’economia basata sulla pastorizia e sull’artigianato cresceva di anno in anno donando al borgo importanza in campo commerciale sino alla fine del ‘700. Successivamente, a causa di certe leggi feudali, la pastorizia cadde in declino con sempre meno pascoli da occupare; cattiva sorte ebbe anche l’industria dell’artigianato che influì negativamente sull’andamento demografico del paese fino al fenomeno di grande immigrazione che interessò anche altre regioni italiane nell’800.
Fortunatamente i simboli storici di Pescocostanzo non sono andati perduti e nei giorni nostri sono rinate diverse botteghe dedicate all’arte orafa, al ferro battuto e alla tessitura.

Il campanile della basilica.

Conservata gelosamente e molto importante dal punto di vista artistico è la basilica di Santa Maria del Colle, ricostruita nel 1456 dopo un terribile terremoto e soggetta a continue modifiche estetiche chiaramente visibili dagli interni adornati con stucchi, tele di pregio e splendidi soffitti lignei. Maestoso lo spazio circostante, trattasi di un’area quadrata costituita da ben cinque navate.

Scalinata della basilica.
Il soffitto a cassettoni della navata centrale.
Il maestoso organo postato sull’ingresso secondario (in altri tempi era il principale).

Di gran valore storico esistono molte altre chiese e eremi, realizzate tra il 1100 e il 1600, dall’aspetto “a capanna” senza particolari estetismi oppure decorate con sofisticati barocchismi.

Interno della chiesa di Gesù e Maria, di fianco all’ex-convento (oggi ristorante Tre Frati).

Come sempre, mentre passeggio qua e là in cerca di scorci suggestivi da scattare con la fotocamera al tempo stesso cerco i ristoranti cerchiati in rosso sul mio taccuino. Data la lunga scarpinata, la mia preferenza va ad una cucina spiccatamente tradizionale, senza orpelli particolari, quindi mi dirigo verso la locanda Tre Frati posta all’inizio della zona pedonale del borgo. Poco più distante, allontanandosi dal centro, c’è La Corniola, ristorante gourmet che propone gastronomia tipica rivisitata con grande maestria. Altrimenti, per un pasto veloce e sfizioso, c’è la pizzeria Lo Spizzico che offre ghiotte pizzette/focacce dagli alveoli giganti. Ma torniamo a noi… o meglio, a me e al mio pranzo nelle foto qui sotto.

Gnocchetti con pesto di rucola e funghi porcini.
Costata di cervo profumata con timo e ginepro.

Le portate sono state gustosamente accompagnate da un buon Montepulciano dell’Azienda Agricola Valle Martello.

A fine pasto, ricordo la promessa del giorno precedente: andare di nuovo all’avventura nel verde e, dunque, la prossima meta è il bosco di Sant’Antonio: una foresta fiabesca colma di faggetti dalle forme più curiose in cui il silenzio è legge. Percorrere il percorso turistico numero 10 osservando la natura selvaggia è quanto di più salutare ci possa essere per lo spirito, senza parlare dell’aria incredibilmente pura per i polmoni. I pellegrini che si recavano all’eremo di Sant’Antonio situato ai confini della foresta non potevano scegliere posto migliore per meditare in solitudine.

Il verde incantevole del bosco di Sant’Antonio.

L’atmosfera che si respira ha fatto calare di molto la voglia di avventura, mentre il desiderio di pace è cresciuto sensibilmente rallentando il mio passo lungo il sentiero e facendomi sprofondare in lunghe riflessioni. Non che io sia esattamente un poeta o un filosofo, ma il caro vecchio Henry David Thoreau aveva ragione in un famosissimo passo scritto su “Walden, ovvero La vita nei boschi”:

” Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e mettere poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici.”

Ogni tanto meditare non fa male, specie in un contesto simile. Magari alternando tali elucubrazioni a momenti di totale nullafacenza all’ombra di un antico faggio, sperando di non svegliarlo dal suo sonno secolare.

Pura quiete lungo il facile percorso.
Faggi dalle forme pittoresche. Che siano magici?

Uscito dal bosco, il sole è ancora alto e l’aria frizzante della foresta piano piano non si avverte più. Un vero peccato, ma serve ancora un po’ di illuminazione per affrontare in sicurezza il breve viaggio fino a Palena lungo una strada tortuosa.

Palena è un borgo a 800 metri di altitudine di origine medievale, sebbene siano state rinvenute tracce di antiche abitazioni romane. Il massimo sviluppo si ebbe durante l’epoca longobarda nel IX secolo che continuò anche dopo il X secolo con l’edificazione di chiese e del Castello Ducale per opera dei Normanni. Purtroppo il terremoto del 1706 recò gravi danni al piccolo comune, per non parlare dei bombardamenti nella seconda guerra mondiale che rasero al suolo la chiesa di San Falco eccetto il suo campanile. Fortunatamente, le successive ristrutturazioni hanno dato nuovo smalto al paese e, allo stesso tempo, conservato per buona parte l’aspetto da caratteristico borgo medievale.

Splendida facciata barocca con rosone della chiesa del Rosario.
Il Corso Umberto I.
Il campanile della chiesa di San Falco.

Tanta storia ma estremamente raccolta, infatti a piedi e in breve tempo si raggiungono gli angoli più interessanti di Palena. Non molta invece l’offerta gastronomica, ma i ristoranti presenti sono validi per quanto concerne la cucina tipica e la carne alla brace, come nel caso della Casa dell’Orso, all’interno di un convento con possibilità di mangiare nel bellissimo chiostro, e di L’Eremo, piccolo ristorante a gestione familiare ed uno dei più vicini alle Grotte del Cavallone, tappa obbligata per chi ama la speleologia e l’esplorazione all’interno di profonde montagne. Attenzione: per importanti lavori di manutenzione le grotte risultano ancora chiuse, quindi suggerisco di telefonare al numero disponibile sul sito ufficiale per maggiori chiarimenti.

Nonostante Palena sembri sperduta tra i boschi di una valle, non mancano le sistemazioni notturne nei comodi B&B L’Incontro e Affittacamere Casapaterra, quest’ultimo consigliato per chi ama gli arredamenti all’antica. Qualora fossero pieni, altre strutture si possono trovare nelle frazioni dei dintorni, meglio se seguendo la strada in direzione di Pescocostanzo così da non avere alcun dubbio sulla disponibilità delle camere in veri e propri alberghi come Lo Scrigno oppure, nel caso si voglia disporre di un genuino ristorante interno, la Locanda Tre Frati.

Tutto sommato, non ho trascorso questa grande “avventura”, anzi. Ma nella prossima (e ultima) tappa ho in mente qualcosa di più intrigante, da percorrere a piedi e raggiungendo i 1700 metri di altitudine.