L’oro di Napoli #2

L’oro di Napoli #2

26 Novembre 2023 Off di Dario Tomasiello

Approdare a Napoli ed inoltrarsi immediatamente tra i profumi e i colori del centro storico, senza un percorso pianificato, significa essere inghiottiti da un potente fiume di percezioni. Buona parte dei visitatori saranno più che contenti di lasciarsi trasportare dal flusso dell’atmosfera partenopea tenendo conto, però, che potrebbero sfuggire agli occhi elementi di particolare fascino ai quali bisogna dedicarci il giusto tempo.

Simmetrie del passato.
Traffico nella storia.

Anche in contesti movimentati si scorgono angoli di grande fascino. In foto Piazza Sette Settembre.

Dopo aver scoperto il sottobosco Greco/Romano e i primi fasti del Medioevo, la metropoli non cessa di splendere con capolavori del Rinascimento e monumenti risalenti al periodo aragonese e borbonico. La cultura e l’arte di tali epoche sono magnificamente espresse dagli edifici storici sparsi per il centro e dai musei che conservano gelosamente importanti opere pittoriche e scultoree.

La Sacrestia del Vasari nel Complesso Monumentale di Sant’Anna dei Lombardi è uno dei più grandi esempi di arte rinascimentale toscana a Napoli.
La chiesa è costituita da cappelle laterali in cui scultura e architettura si abbracciano con grande grazia. In foto la Cappella Piccolomini.
Cappella di Marino Correale, funzionario della corte aragonese.
L’abside con affreschi di Battistello Caracciolo.
La cripta degli abati, luogo di espiazione e sepoltura dei defunti tramite il metodo della scolatura.

Imperdibili sono le Gallerie d’Italia, imponente esposizione che unisce varie collezioni (tra cui la raccolta del Palazzo Zevallos Stigliano) dell’arte napoletana dal XVII al XX secolo, e il Museo di Capodimonte, grandiosa reggia borbonica e dimora di svariati sovrani le cui sale custodiscono quadri, bronzi, sculture, oggetti d’arredo e porcellane di valore inestimabile.

La carrellata di foto sottostanti presenta alcune opere esposte alle Gallerie d’Italia su Via Toledo. E’ doveroso ricordare che le immagini non rendono giustizia ai dettagli e alle sfumature dei capolavori che fecero la storia dell’arte in Italia e nel mondo.

“Tobia ridona la vista al padre”, Hendrick De Somer.
“Sacra Famiglia”, Giovanni Battista Caracciolo.

“Omero racconta al pastore Glauco le cose sofferte nei suoi viaggi all’isola di Scio”, Filippo Marsigli.
“Il ratto di Elena”, Luca Giordano.
“San Giorgio”, Francesco Guarini.
“Giuditta decapita Oloferne”, Biagio Manzoni.

“Sansone e Dalila”, Artemisia Gentileschi.
“Il Martirio di Sant’Orsola”, Caravaggio.
“Agar e Ismaele nel deserto confortati dall’Angelo”, Francesco Solimena.
“Veduta di Napoli con Largo di Palazzo”, Gaspar Andriaensz Van Wittel.
“Dama col ventaglio”, Domenico Morelli.
“Putto vendemmiatore”, Raffaele Belliazzi.

Disegni e bronzi di maestri del passato.

Da brividi anche l’esposizione al Museo di Capodimonte che cura prestigiose raccolte del passato come la collezione Farnese. In aggiunta alla bellezza artistica delle opere d’arte ci sono gli appartamenti reali: opulenti e ricchi di elementi d’arredo a raccontare la nobiltà del passato mentre dai balconi brilla il verde intenso del Real Bosco, riserva di caccia borbonica poi trasformata in enorme parco incontaminato.

La reggia, residenza di ben 14mila metri quadrati, nacque come riserva di caccia di Carlo di Borbone.
All’interno del parco sono presenti vari edifici storici tra cui piccole chiese e la rinomata fabbrica di porcellana di Capodimonte. In foto la Palazzina dei Principi.
Il palazzo, poco abitato da Carlo I, venne sfarzosamente arricchito all’arrivo dei regnanti francesi Carolina Bonaparte e Gioacchino Murat. Alla restaurazione borbonica, Ferdinando II, rimase colpito dall’impronta data alla reggia che decise di completarla con alcuni ritocchi festosi. Sopra, il Salone delle Feste.
Il Salone della Culla ha un pavimento in marmo rinvenuto durante gli scavi archeologici di una villa imperiale a Capri.
“Annunciazione con i santi Giovanni Battista e Andrea”, Filippino Lippi.
La parabola dei ciechi”, Pieter Bruegel.
“Madonna con bambino e due angeli”, Sandro Botticelli.
“Sacra famiglia con San Giovannino e un angelo”, Giulio Cesare Procaccini.

Servizio a raffaellesche di fine ‘500.
Porcellane di Meissen.
Oggetti di arredo in vetro di Murano.
Alcuni raffinati ventagli.
“Madonna dell’Umiltà”, Roberto d’Oderisio.
“San Ludovico di Tolosa”, Simone Martini.
“Madonna col bambino e angeli”, Protasio Criveli.

“La morte di Seneca”, Matthias Stomer.
“La cantatrice”, Bernardo Cavallino.
“Lucrezia”, Massimo Stanzione.

“Rinaldo e Armida”, Andrea Vaccaro.
“Santa Cecilia”, Carlo Sellitto.
“Deposizione”, Colantonio.

“Susanna e i vecchioni”, Andrea Vaccaro.
“Madonna delle anime purganti”, Battistello Caracciolo.
“Giuditta e Oloferne”, Pietro Novelli.

“Convito di Assalonne”, Mattia Preti.
“Amorini in lotta”, Giuseppe Sanmartino.
“Enea si presenta a Didone”, Francesco Solimena.

“Bersaglieri all’assalto di Porta Pia”, Michele Cammarano.
Pace dei sensi all’interno del parco.
I tanti viali alberati contengono più di 400 specie vegetali.
La Fontana di Mezzo colma di graziose tartarughe.
La Fontana del Belvedere.
Veduta dalla terrazza panoramica.

Il ‘600, nonostante l’anticulturalismo e l’inquisizione di matrice spagnola, fu un secolo artisticamente proficuo per Napoli. Oltre alla presenza di grandi maestri (come Caravaggio) richiesti da nobili e cardinali per l’abbellimento di palazzi e chiese, la corrente barocca esplose inondando chiostri e complessi ecclesiastici di particolare bellezza come la Certosa di San Martino e la Cappella Sansevero.

“Sette opere di Misericordia”, capolavoro di Caravaggio al Pio Monte della Misericordia.
Il “Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino. Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero.

Girovagando tra i musei dei Decumani è imprescindibile visitare la grandiosa Cappella del Tesoro di San Gennaro dove affreschi, tele ed opere intarsiate in argento si susseguono in un cerchio di magnificenza. Da togliere il fiato poi la galleria interna che unisce preziosi gioielli e oggetti sacri dedicati principalmente al santo protettore di Napoli.

La cupola affrescata ad opera di Domenico Zampieri e Giovanni Lanfranco.
L’altare maggiore sfoggia un paliotto in argento progettato da Francesco Solimena. Anche se i dettagli e la bellezza dell’opera la rendono materialmente il bene più prezioso della cappella, in realtà, il tesoro più prezioso è nascosto dietro l’altare: si tratta delle ampolle del sangue di San Gennaro essenziali per celebrare il popolare Miracolo di San Gennaro.
“San Michele Arcangelo”, disegnato da Lorenzo Vaccaro ed eseguito da Gian Domenico Vinaccia.
“San Raffaele e Tobia”, disegnato da Giuseppe Sanmartino ed eseguito da Giuseppe e Gennaro del Giudice.

Collana di perle del ‘700.
Sfarzosa mitra in oro tempestata di gemme.
Un calice donato da Ferdinando IV di Borbone.
Ostensorio gemmato dell’800.
Tempietto reliquiario del sangue di San Gennaro.

Collana solenne per il busto di San Gennaro.

L’arrivo dei francesi a Napoli non fu esattamente un avvenimento esaltante: non solo si verificarono numerose spoliazioni di beni preziosi ed opere d’arte ma crebbe esponenzialmente il malcontento della popolazione contro l’assolutismo monarchico nato dal precedente regno spagnolo. La rabbia divenne incontenibile quando si verificarono alcune terribili epidemie di colera che falcidiarono buona parte dei cittadini dando inizio a sommosse e rivolte contro il restaurato Regno Borbonico.

Il grande periodo del Risorgimento terminò con la sconfitta delle truppe borboniche e l’annessione di Napoli al nascente Regno d’Italia. Ai disagi della guerra civile subentrarono altre criticità che furono parzialmente risolte con una serie di importanti interventi urbanistici i quali cambiarono definitivamente il volto di alcuni quartieri. Al contempo fiorì un nuovo stimolo culturale spinto dai circoli intellettuali e dai café artistici in stile parigino a fungere da ritrovo di personaggi illustri del calibro di Benedetto Croce.

Piazza del Plebiscito e la Basilica Reale Pontificia di San Francesco Paola, grandioso esempio di architettura neoclassica dell’800.
Il Palazzo Reale.
Il Cortile d’Onore.
La Galleria Umberto I, centro della “belle epoque” napoletana.
Galleria Principe di Napoli.

Il clima si rabbuiò con lo scoppiò della Grande Guerra ma andò ancora peggio durante la Seconda Guerra Mondiale: la città, in mano a nazisti e fascisti, fu incessantemente bombardata perlopiù dagli Alleati causando migliaia di morti e riducendo la popolazione allo stremo. La povertà e la distruzione risvegliò nei napoletani un forte senso patriottico per le “quattro giornate di Napoli”, eroica insurrezione con lo scopo di liberare la città dai nazifascisti.

Il dopoguerra si rivelò socialmente problematico con l’economia e l’urbanistica allo sfacelo; ciò diede spazio alla formazione di nuovi movimenti politici diretti a promuovere la ricostruzione della città non senza dei risvolti ambigui come la speculazione edilizia e la crescente criminalità organizzata. Allo stesso tempo, tra gli anni ’50 e ’60, il volto di Napoli al limite tra farsa e dramma ebbe particolare rilievo nel mondo del teatro e del cinema: la scenografia cruda, a tratti decadente, ma di animo nobile veniva enfatizzata da grandi interpreti (Eduardo De Filippo ed i fratelli, Totò, Sophia Loren) alle prese di luoghi comuni, tragedie e commedie della Napoli più vera.

Un murales di Totò e Peppino nel Rione Sanità.

E tra le verità, sacrosante ed inattaccabili, c’è la pizza napoletana. Letto così figura strano ma dalla settima arte alla gastronomia il passo è breve: il cinema ha spesso portato sul grande schermo scene girate attorno ad una tavola imbandita poiché, la cucina tradizionale, è una delle colonne portanti della cultura partenopea.

Tra gli alimenti più conosciuti al mondo e dichiarati patrimonio immateriale dell’umanità dall’UNESCO vi è appunto la pizza, un leggero disco di pasta lievitata sottile e morbida, condita in maniera sobria ma gustosa e contornata da paffuti cornicioni come ad incoronare uno dei migliori esempi di gastronomia Mediterranea. La semplicità non deve trarre in inganno, sapienza e precisione nella maturazione dell’impasto e nella scelta degli ingredienti sono fondamentali per rispetto del disciplinare e, soprattutto, della tradizione napoletana.

Ovviamente la quantità di pizzerie presenti in città è incalcolabile, si va dalle storiche (Antica Pizzeria Port’Alba) passando alle più premiate (Sorbillo) fino al nuovo corso che strizza l’occhio al concetto “gourmet” (Fonderì Pizza Glamour).

Classico napoletano: la Marinara della Pizzeria Starita a Materdei.
Tra gli abbinamenti più gustosi: salsiccia e friarielli da Antonio e Gigi Sorbillo.
“Il Sole della Sanità” da Concettina ai Tre Santi.

Il turismo di altissimo livello, con migliaia di visitatori al giorno, dimostra che i giorni offuscati dalla massiccia delinquenza locale sono un lontano ricordo. Certo non significa che non ci sia criminalità, ma sarebbe come dire che il male non esiste ed in una metropoli ricca di sfaccettature è inevitabile percepire il suo cuore nero.

Tuttavia l’orgoglio partenopeo, unito alla bellezza unica del patrimonio artistico e culturale, fa sì che risplenda il volto migliore di Napoli. D’altronde, come diceva il grande Eduardo De Filippo:

“L’uomo non è cattivo, ha solo paura di essere buono.”